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Note di regia di "Prima che la notte"


Note di regia di
La questione della libertà di stampa è tornata con urgenza al centro del dibattito pubblico e con essa la necessità del giornalista di svincolarsi da condizionamenti sempre più potenti e pervasivi. È per questo che la vicenda umana e professionale di Pippo Fava, mi è parsa esemplare e commovente.

La libertà di stampa e d’opinione era una vera e propria missione per Pippo Fava. Per lui il giornalista doveva essere libero da condizionamenti politici ed economici e non doveva fare sconti a nessun potere. Per conseguire questo scopo Fava fondò un giornale straordinario, I siciliani, che resterà nella storia del giornalismo italiano come un punto luminoso e innovativo sia per l’impostazione che per la grafica. I suoi allievi (i carusi) hanno appreso da lui il rigore della inchiesta, il lavoro sulla qualità della scrittura e l’esercizio della capacità critica in ogni circostanza.
In un’epoca nella quale il giornalismo è sottoposto a pressioni gigantesche, legate anche alla ipertrofica crescita dei social media che tendono a strappare lo scettro della “notizia” al giornalismo, la vicenda di Fava e dei suoi carusi indica una strada ancora oggi percorribile, in grado di in grado di disegnare una prospettiva e un futuro, improntato al principio irrinunciabile della libertà di stampa e d’opinione.

Cose di cui oggi più che mai abbiamo bisogno. Quando mi è capitata l’occasione preziosa di raccontare la vicenda umana e professionale di Pippo Fava ho dovuto pormi una serie di domande sulla mia ritrosia a fare film “di mafia”, domande rimandate forse troppo a lungo. Per fortuna Fava è stato un uomo vitale, ironico, arguto ed è stata questa la mia àncora di salvataggio. La sua ironia, anche quella sulla mafia, è esemplare: «I fratelli Greco, accusati dell’omicidio del giudice Chinnici, sono degli scassapagghiari» ha detto Fava in una sua memorabile intervista a Biagi. Soprattutto esemplare è la sua lucidità analitica negli editoriali: «Chi non si ribella al dolore umano non è innocente»... Direi che già solo questa frase, con la sua carica utopica, può aiutarci ad arginare il cinismo debordante nel cinema come nel giornalismo, nei social media come nella letteratura. E questa mi è sembrata una chiave limpida d’interpretazione della sua storia.

Le storie di mafiosi trovano quasi sempre un senso nella morte violenta e nel sacrificio estremo, in un epos inevitabilmente esiziale e decadente. Padri contro figli; fratelli contro fratelli; appartenenza al clan contro i sentimenti d’amore e d’amicizia, storie di regni e di regnanti, oppure di santi e martiri quando si parla di vittime. Per uscire da questi stilemi che affondano nelle nostre più radicate tradizioni culturali, fondamentale è stata la generosità e l’intelligenza di Claudio Fava e Michele Gambino, che hanno vissuto la storia in prima persona, come quella di Monica Zapelli, sceneggiatrice del film.

Fondamentale è stata anche la fiducia accordatami da IIF e Rai Fiction, che hanno condiviso immediatamente l’idea di estrarre dall’intera e complessa vicenda quello che a me è sembrato il suo nucleo significante, e che ha a che fare sì con la mafia, non c’è dubbio, ma non è determinato unicamente dalle sue azioni violente e “definitive”: la storia di affetto e formazione che ha legato e lega ancora oggi Pippo Fava ai suoi carusi. Quindi il film non è la storia tragica di un uomo ucciso dalla mafia, ma la storia straordinaria di un uomo che ha saputo costruire il futuro nonostante tutto. È stato necessario entrare nelle motivazioni profonde dei protagonisti con lunghe sessioni di prove con gli attori, utili per far emergere i caratteri, fondando su solide basi l’intero percorso emotivo del film. Con Fabrizio Gifuni abbiamo scavato nella vicenda privata e intellettuale di Pippo per tirare fuori quei dettagli che “staccano” dalla carta il personaggio e ne fanno un essere tridimensionale e vivente. Per fortuna Fabrizio è un uomo ironico e autoironico, un po’ come Fava, ed è un appassionato ricercatore di dettagli, fin quasi all’ossessione. Questa sua determinazione e bravura l’ha messa generosamente a disposizione dei “carusi”, contribuendo a far crescere anche gli altri personaggi, a partire dal rapporto ricco e difficile con il figlio Claudio, affrontato fin da subito con sensibilità attoriale e umana da Dario Aita, ma anche con gli altri giovani attori e attrici, tutti desiderosi di dare il massimo mettendosi in gioco. Gli attori
bravi sono una benedizione per i film, e per i registi.

E questo film non fa eccezione, è per questo che, considerando tempi e mezzi a disposizione, ho
pensato di creare uno spazio più libero possibile per permettere agli interpreti di esprimersi.
La forma che ha preso il film, anche grazie al lavoro sempre preciso e meticoloso dei miei collaboratori, dipende interamente da questa impostazione. Fava, a cinquant’anni e oltre, torna nella sua Catania e fonda una delle più importanti scuole di giornalismo dell’Italia contemporanea, dando a decine di giovani l’occasione di poter imparare uno dei mestieri più belli del mondo, un mestiere senza il quale semplicemente non esiste la parola libertà. Non è “il bene” contro “il male”, questa è una falsa dicotomia che inchioda l’analisi delle vicende di mafia alla superficie. È soltanto la ragione e la passione per gli esseri umani contro la ferocia del potere. La ragione di un uomo molto umano, cioè pieno di contraddizioni, di magagne, di debolezze, ma anche di talenti e slanci emotivi, un uomo che ha lasciato una traccia di sé molto profonda nella coscienza collettiva, e che sopravanza di gran lunga l’infima statura di chi lo ha ucciso e fatto uccidere. Ciò accomuna l’omicidio di Fava a quello di altri importanti giornalisti e persino artisti ammazzati come cani, uno per tutti Pasolini, anche lui lucidamente contro ogni potere, e che proprio a Catania qualche anno prima venne umiliato da lanci di finocchi da quegli stessi ambienti che calunnieranno poi, e calunniano ancora oggi Pippo Fava, perché la denigrazione e delegittimazione del morto fa parte della strategia di lunga durata che crea il senso comune mafioso.

Però la mafia, per una volta, pur avendo a disposizione il suo arsenale di gesti “definitivi”, non ha vinto, perché il giorno dopo l’uccisione di Pippo, i suoi carusi insieme a decine e centinaia di persone, hanno continuato la sua opera con lo stesso commovente coraggio e determinazione,
anch’essi con le proprie fragilità, cadute e paure che ne fanno uomini e donne vivi e non eroi senza macchia e senza paura. In fondo Prima che la notte vuole semplicemente raccontare questo: è stato feroce l’assassinio di Fava, ferocissimo, ma tragicamente “inutile”, perché i suoi allievi ne hanno continuato l’opera. Qualcuno può obiettare che sia una piccola cosa, un sogno… forse è vero: è soltanto il sogno di una cosa.

Daniele Vicari