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Note di regia di "Il Processo"


Note di regia di
Dopo essermi confrontato con la Palermo degli anni ’90 ne Il Cacciatore, attraverso lo sguardo di un PM in lotta contro la mafia, ho trovato stimolante tornare al nord (i miei primi due film, Aquadro e In Fondo al Bosco, sono entrambi ambientati sulle Alpi) e ai giorni nostri per affrontare questa nuova sfida.

Lavorare con il gruppo di scrittura è stato stimolante fin da subito. Con gli autori volevamo raccontare un caso di cronaca e la scoperta di dinamiche relazionali-famigliari del nord alto-borghese, attraverso un processo che ricostruisce, udienza dopo udienza (come fosse un puzzle), la verità dietro all’omicidio di una giovane ragazza a opera, secondo l’accusa, di Linda Monaco (Camilla Filippi), figlia dell’uomo più potente della città, Gabriele Monaco (Tommaso Ragno).

Per raccontare l’indagine abbiamo scelto di seguire due punti di vista precisi utilizzando una regola tanto divertente quanto estrema, quella del punto di vista assoluto.
Partendo infatti dal presupposto che sia impossibile sapere la verità su un evento come questo, abbiamo scelto di far vivere al pubblico un’esperienza il più totalizzante possibile: è così che capiamo fin da subito che “Il Processo” è la storia di chi quel processo lo farà veramente.

Elena Guerra (Vittoria Puccini) e Ruggero Barone (Francesco Scianna), la PM (accusa) e l’avvocato difensore, sono i due punti di vista assoluti di questa storia.
La speranza è che questa estremizzazione del punto di vista leghi in modo intimo pubblico e protagonisti nella risoluzione del mistero, che vede Linda - e tutto il suo vortice di costante ambiguità - al centro dell’indagine sull’assassinio di Angelica. Un duplice binario che corre sempre più velocemente verso la scoperta di una verità che verrà svelata soltanto negli ultimi minuti dell’ultimo episodio.

Il Processo e la sua grammatica… entriamoci un pochino di più

La ricerca della verità
Il grande tema di questa storia è la ricerca della verità e come sia possibile raggiungerla. Il percorso narrativo di tutto il progetto è costruito esclusivamente su due punti di vista, quello di Elena e di Ruggero, che rappresentano il cuore della serie. Angelica è stata uccisa. Questo è l’unico dato di fatto. L’unica verità che non può essere messa in dubbio e intorno alla quale si dovrà scavare fino all’ultimo minuto della stagione.

Le Proiezioni Immaginifiche
Due visioni, quella di Elena e quella di Ruggero, e un vertice misterioso: una donna che è accusata di aver ucciso una ragazza. Un percorso tematico a senso unico che approfondisce il concetto di soggettività: il pubblico viene preso per mano e guidato in prima persona dal processo alle proiezioni immaginifiche dei due protagonisti: momenti surreali in cui i due si troveranno spettatori invisibili, fantasmatiche presenze, nella tragica notte della festa a Palazzo Te, la notte in cui Angelica sembra essere morta.

I due punti di vista assoluti
Come farlo? Il progetto è stato pensato e scritto già secondo questo approccio bipartito in cui non sono mai presenti eventi esterni alla vita di Elena e Ruggero. Ogni evento è vissuto da loro due… ogni evento, tranne uno: l’omicidio di Angelica.

La visione divina e il cambio di formato
La storia inizia dalla tragica e unica verità, osservata dall’alto – oggettività per antonomasia, un’oggettività divina - che vede Angelica priva di vita in un canale dove verrà trovata poche scene dopo.
Fuori campo sentiamo la voce di Elena che anticipa il tema della serie.
In questa prima scena c’è tutto il cuore della serie e, in qualche modo, rappresenta una dichiarazione importante della specificità del progetto. I più attenti noteranno che tra la prima e la seconda scena avviene un cambiamento sostanziale: il mondo del processo si apre su un’inquadratura in 16:9 (classico mascherino cinema\tv) ma, lentamente, le bande del frame si stringono, “chiudendo” il mondo della nostra storia e portandolo - delicatamente, senza che sia evidente - a diventare un 2,35:1 (formato tipico del cinema più epico, nato con il western). Questo passaggio da una visione più ampia (il 16:9 ha un’altezza maggiore) a una più stretta è un messaggio - in qualche modo indiretto, ambiguo e poco visibile - che ci anticipa che, grazie anche alle parole fuori campo di Elena, una visione ampia, onesta, vera, oggettiva della realtà andrà persa fin da subito. Perché l’unica verità che esiste è che “Angelica Petroni è morta. Punto”. La verità, quindi, non appartiene né a Elena né a Ruggero. Il nostro cammino, fin da subito, non potrà essere mai realmente nitido e oggettivo ma parziale, umano, vicino ai nostri protagonisti.

L’assenza di profondità di campo
Altro elemento di originalità della grammatica de “Il Processo”, coerentemente con questa scelta, è la limitazione dell’uso di ottiche larghe per ridurre la profondità di campo e insistere quindi sul concetto che in questa storia sia veramente difficile avere ogni livello della realtà a fuoco, a ribadire che l’oggettività non può esistere, che la verità non ci appartiene… o forse non appartiene ai nostri due “indagatori”? Questa regola viene estremizzata durante le proiezioni immaginifiche, scegliendo di girare con lenti anamorfiche (a differenza del presente attuale della serie), perché questo tipo di lenti riduce enormemente la profondità di campo.

Stefano Lodovichi