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Note di regia di "Simple Women"


Note di regia di
Per anni ho creduto che Elina Löwensohn fosse un'attrice americana. L'avevo vista al cinema, nei film di Hal Hartley. Non posso dire di essere stata una sua fan. Sapevo chi era, niente più: Elina Löwensohn, un'attrice americana.
Poi un giorno qualcuno ci ha presentate. Mi ha detto subito che era rumena.
Di quest'incontro mi è rimasta l'eco di una frase in testa, come un ritornello martellante, ostinato: “Non sono un'attrice americana”.
Non sono ciò che credi.
Simple Women è iniziato così.
Ho cucito questa storia intorno ad una domanda centrale: “Che cosa c'è dietro a un'immagine?”.
Le immagini spesso ingannano. Vigilanza.
Ho cominciato registrando Elina Löwensohn, sono partita dai fatti. Le ho chiesto di raccontarmi la sua vita: l'infanzia a Bucarest, l'arrivo in America, la sua carriera d'attrice. Ho immaginato Simple Women a partire da queste registrazioni. Ho costruito il personaggio di Federica, la protagonista, a partire da me stessa in ascolto dell'attrice. Un'attrice navigata, incantatrice, regina della menzogna. Nel film c'è sicuramente un po' di me e un po' di lei, ma sarebbe difficile oggi
districare il vero dal falso, perché io stessa ho agito come un falsario, con gli occhi strabici.
Volevo mettere due donne allo specchio, come il positivo e il negativo di uno stesso fotogramma. Un'attrice e una regista. Una romana e una rumena. Due donne nient'affatto semplici: radicali, sensibili, anticonformiste, maldestre quanto libere, scaltre ma anche oneste, come i bambini. Figure underground.
Ho immaginato la regista folgorata durante l’adolescenza da un'immagine dell'attrice che diventa così il suo idolo, e l'attrice che quando incontra la regista non è più da tempo, in verità, l'idolo di nessuno. Volevo farle incontrare per intraprendere un viaggio e andare a vedere che cosa c'è dietro a quest'immagine lontana nel tempo.
Volevo farle scontrare, farle perdere e poi ritrovare. Far passare magicamente Federica, come Alice, letteralmente dall'altra parte dello schermo. Inventare un movimento fantastico, far deragliare il film, incontrare la favola, il sogno, la finzione assoluta per poter aspirare a un po' di verità.
Ho immaginato un film nel quale Federica insegue Elina e alla fine trova se stessa.
L'immagine fondatrice per Federica l'ho trovata in Simple Men di Hal Hartley, perché è un film americano, perché è con questo film che è iniziata la notorietà di Elina ma soprattutto perché il suo personaggio nel film di Hal Hartley ha una crisi epilettica. Volevo una scena sconvolgente, personale, imprevedibile. Cercavo l'identificazione fatale, assoluta: Federica che corre al cinema per vedere le sue stesse convulsioni.
E poi c'era un'altra immagine che ha segnato la mia generazione: l'esecuzione di Ceausescu in televisione, guardata in diretta tra una fetta di panettone e i regali di Natale. Ho scelto di far iniziare l'epilessia di Federica quella sera dell'89, come un presagio. Perché è un'immagine che ha segnato la fine delle illusioni, perché Elina è rumena, perché la questione degli idoli e delle loro immagini non è solo cinematografica, ma anche politica.
Ho fatto cortocircuitare queste due immagini per creare le premesse di un incontro, il preambolo del viaggio che intraprendono le due donne per andare a girare un film, impossibile trascrizione dell'autentica vita dell'attrice, in un contesto in cui niente, fin dall'inizio di questa storia, è come sembra...
Questo stesso film, per esempio: se ci si allontana di un passo, come uno zoom all'indietro, e lo si guarda da lontano, si può forse vedere che è anche la storia di un processo di creazione, con tutte le complicazioni, le scintille e le cadute, le esaltazioni e le paure, i dubbi e le derive che l'immaginazione porta con sé, trascinandoci fin negli angoli più bui dell'inconscio prima di raggiungere un po' di luce.
Che quando Federica rompe a colpi di estintore la porta vetrata del cinema Nuovo Sacher, tempio della sua visione, sbarazzandosi finalmente dell'immagine di Elina e di tutto ciò che essa contiene, in realtà libera un po' anche me, che nasco oggi ridendo, sulla spiaggia assolata di Ostia, insieme a lei.
La rifacciamo.

Chiara Malta