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CINEMA, DOMANI - Costanza Quatriglio, regista


"Spero non si perda il gusto della complessità e della bellezza": intervista sui possibili scenari futuri per il cinema italiano, dopo lo stop causato dall'emergenza Covid-19.


CINEMA, DOMANI - Costanza Quatriglio, regista
Foto di Vitaliano Napolitano
Nuovo appuntamento con l'inchiesta di Cinemaitaliano che esplora, attraverso le parole di diversi operatori della filiera cinematografica, l'attuale momento che vive il nostro cinema e quelli che saranno gli scenari futuri superata l'emergenza Covid-19.

Abbiamo parlato con Costanza Quatriglio, regista e direttrice artistica del corso di documentario per il Centro Sperimentale di Cinematografia, per capire cosa cambierà nello sguardo degli autori della settima arte e nella fruizione della settima arte.

Oltre al lavoro da regista, sei direttrice artistica del corso di documentario per il CSC. Come si insegna il cinema del reale al tempo del Covid?
Ho avuto immeditatamente la percezione della necessità di affidarci – tutti, allievi e insegnanti – al sentimento di spaesamento iniziale senza averne paura, anzi, usandolo come nutrimento per immaginare percorsi creativi e realizzativi connaturati al confinamento. Questa situazione ci ha dato l’opportunità di sperimentare il nostro grado di fiducia nel cinema attraverso la riformulazione di programmi che fossero, il più possibile, pensati su misura per i singoli gruppi di studenti. I diplomandi hanno lavorato a distanza nello sviluppo già avviato dei loro saggi di fine corso, con l’animo incerto di chi si è trovato nella impossibilità di proseguire ragionamenti già avviati, dovendo pertanto rimodulare il proprio progetto; per i ragazzi e le ragazze del secondo anno abbiamo puntato su film basati sul riuso delle immagini d’archivio; e il programma del primo anno di corso è stato ripensato completamente per ruotare intorno alla realizzazione di un film collettivo che avesse come cuore pulsante il dialogo tra l’io confinato e il mondo, tra le storie individuali e la storia di tutti. E' stata quindi l’occasione per sperimentare modi diversi e stimolanti per individuare cosa raccontare oltre, naturalmente, per interrogare il linguaggio e indagare strade nuove, in alcuni casi sconosciute, provando ad andare oltre la questione del dentro e del fuori, giocando a un gioco che ci fa stare perennemente sulla soglia, in quello spazio invisibile in cui lo sconfinamento è dato dalla creatività con cui produci o reinventi il materiale visivo. Grazie all’intuizione di un’allieva, a un certo punto, abbiamo trasformato, nella nostra immaginazione, il «tempo sospeso» in «tempo interessante». E' stato un momento memorabile perché, partendo da quella sostituzione, si è proceduto più spediti verso una chiarificazione del senso stesso di ciò che stavamo facendo e delle sue potenzialità. Mi spiego meglio: se il cinema è tempo, le modalità di racconto e il modo in cui sappiamo cogliere gli istanti e il flusso delle cose è naturalmente condizionato dal modo in cui viviamo l’esperienza del trascorrere del tempo; quanto siamo recettivi nei confronti delle piccole e grandi cose della vita, nel saperle organizzare e meditare e, ancora, alla domanda cosa è la realtà, è chiaro a tutti che oggi non possiamo non tenere conto della natura intermediale e frammentata del cosiddetto reale. È altresì chiaro che i processi di elaborazione di tutto questo sono lunghi e complessi, non abbiamo fretta. Ciò che considero imprescindibile nel fare film documentari è qui sottoposto a uno sforzo gigantesco, e i ragazzi sono bravissimi perché, nonostante l’inevitabile altalena umorale, non perdono mai di vista l’obiettivo. Di questo già cominciamo a vedere i frutti.
Altra cosa: ho sempre pensato che nella responsabilità di chi dirige un corso di cinema ci sia anche quella di avere una visione, e che le difficoltà servono per migliorare e migliorarsi. In quest’ottica, oltre ai professionisti del cinema, sono intervenuti gli scrittori; gli appuntamenti con i narratori del nostro presente sono importanti, boccate d’ossigeno. Quello che abbiamo cercato di fare è stato, insomma, valorizzare il nostro tempo, pensando che siamo parte di un tutto e non possiamo sottrarci, anzi, di questo tutto abbiamo bisogno.


Tra documentario e film di finzione, nella tua carriera hai sempre saputo osservare la realtà che ti circonda con la lente della macchina da presa. Che ne pensi di questa esplosione di video personali che stanno invadendo i social, e credi che il cinema sia già pronto a poter raccontare tutto quello che stiamo vivendo?
Bella domanda. Credo che, come ogni cosa, ci sia bisogno di tempo. Penso che la sensazionalità delle immagini di cui siamo circondati abbia bisogno di lasciarsi depositare da qualche parte nella nostra coscienza, per far sì che il cinema si prenda il carico di un’elaborazione collettiva. Quello che cerchiamo di fare, anche con gli allievi e le allieve della scuola, è sempre interrogarci sull’immaginario e su come questo intervenga nella percezione e nel racconto del reale. Sono domande sempre aperte per le quali non c’è la risposta giusta o sbagliata, che impongono una riflessione profonda sul nostro ruolo, sul nostro essere attivi e non passivi. Rispetto ai video personali, io ho ammirato chi ha avuto la prontezza di spirito di realizzarli perché ho sentito che è stato un modo per reagire al rischio di una passività forzata, a una condizione di subalternità rispetto agli eventi che ci hanno sovrastato. Io personalmente ho detto molti no e ho rimandato spesso la realizzazione di un video per una persona a cui invece avevo detto «Sì, ti racconto come trascorro il confinamento e le mie riflessioni sul presente e sul futuro». Ebbene, le mie giornate sono state così intense, così stracolme di impegni che la mia testa e il mio animo non sono riusciti a fare spazio a questa promessa; come se, rimandando ogni giorno, rimandassi in fondo il momento buono per fare il punto della situazione.

Il Coronavirus ha velocizzato un processo già in atto da tempo, la nascita e diffusione di piattaforme VOD, che stanno accogliendo anche film che non attenderanno un'uscita theatrical. Credi che tutto questo andrà ad incidere sul nostro sguardo sulle immagini, e che spettatori saremo post-quarantena?
Come tutti, anche io mi chiedo spesso che spettatori saremo dopo. Così come mi chiedo che registi saremo, che sceneggiatori saremo e così via. Tutto riporta alla questione dell’immaginario. Siamo dentro una dissolvenza incrociata che ci sta traghettando verso qualcosa che forse ancora non sappiamo nominare. Probabilmente – ma non lo so – si è accelerato il processo di assuefazione a una frammentarietà e una semplificazione che per certi versi mi spaventa. Questo discorso va di pari passo con quanto dicevo prima a proposito dei processi di elaborazione dell’immenso archivio del presente. Personalmente mi auguro che non si perda il gusto della complessità e, aggiungo, anche della bellezza. Forse, semplicemente, cercherei di non fare l’equazione piattaforma-consumo. Il cinema visto solo come consumo rischia di essere consumato, appunto.

A cosa stai lavorando in questo momento, e se domani ti proponessero di saltare l'uscita in sala del tuo nuovo film per proporlo direttamente in streaming, come la vivresti?
Se mi proponessero di far uscire il mio film direttamente in streaming, a naso direi «Ok, sono i tempi che corrono, vuol dire che cercheremo di farlo vedere a più gente possibile». Sorrido perché parli con una i cui film sono stati distribuiti con il contagocce, quindi forse vedrei finalmente un’accessibilità di cui non ho mai davvero gioito! Alla domanda su cosa bolle in pentola, rispondo che sto lavorando a un film che, incrociando le dita, dovrei riuscire a realizzare abbastanza presto – compatibilmente con ciò che è accaduto al settore cinema –, inoltre sto sviluppando la storia che girerò dopo questo film.

15/05/2020, 18:25

Antonio Capellupo