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DOCUCITY - METICITTA' - I vincitori


DOCUCITY - METICITTA' - I vincitori
Premio Docucity / MetiCittà
"Decolonizzare la Città. Dialoghi Visuali a Padova" di Elisabetta Campagni e Annalisa Frisina
Motivazione: Questo cortometraggio riflette la città meticcia di oggi, dove l'intrecciarsi di storie e culture è raccontato attraverso una coscientizzazione critica e consapevole del passato storico e degli sviluppi che rendono una città meticcia tale. Si tratta di un video partecipativo che esamina la decolonizzazione nella sua contemporaneità attraverso un racconto della città che indaga l'intestazione a vie, piazze e luoghi attraverso un progetto di odonomastica collettivo, coinvolgendo la cittadinanza in un percorso di storicizzazione e riappropriazione degli spazi, narrando e rinominandoli con sguardo decoloniale. Le immagini mettono in discussione la visione del mondo del colonizzatore. Lo sguardo di questo documentario affonda e affronta il potere con la creatività e vuole raccontare la storia con protagonisti diversi.

Menzione Speciale
"La Napoli di Mio Padre" di Alessia Bottone
Motivazione: Un cortometraggio intenso e poetico, ispirato a una storia vera, che in poco meno di venti minuti racconta le mille Napoli, di ieri e di oggi: il capoluogo napoletano diviene simbolo dell'idea di città, e del meticciato che può (o meno) attraversarla e caratterizzarla. Con uno stile d'impronta neorealista la regista alterna immagini di repertorio e girato attuale, e utilizza due voci narranti, quella del padre e della figlia, per scavare nella memoria - che da privata diventa pubblica - e per osservare, allo stesso tempo, il contemporaneo. Riesce così a narrare la migrazione, del passato e del presente, toccando vari temi: dal senso del viaggio - reale o immaginario - alla ricerca della libertà, dall'importanza della condivisione alla paura dell'ignoto e del 'diverso', senza dimenticare le origini (e la nostalgia di casa).

Menzione Speciale
"Una Casa sulle Nuvole" di Soheila Javaheri
Motivazione: Il film affronta i temi dell’asilo politico, della precarietà, della cittadinanza, dell’alterità e del cinema stesso, con una poetica originale e propria della regista Soheila Javaheri e del compagno Razi Mohebi, con cui lavora da molti anni. Grazie a una bellissima direzione della fotografia, ad una scrittura influenzata dalle vicende familiari della coppia, e ad una messa in scena allegorica, entrambi gli autori riescono a esporre il dramma politico che vivono senza cadere nel diktat dell’attualità. I primi due minuti del film dicono moltissimo degli ultimi vent'anni in Afghanistan, mentre i successivi due dicono altrettanto della situazione in Italia. Il risultato è un film documentario ma vicino alla sensibilità della fiction, poiché riesce a giocare con le ombre e con la luce, e a rappresentare la quintessenza della vita quando mostra una semplice scena di un taglio di capelli, e a suggerire “lo spleen della casa” attraverso ampie panoramiche delle montagne afghane e trentine, e infine a comunicare la necessità (e la difficoltà) del fare arte attraverso una battuta che ogni cineasta migrante può capire fino in fondo: “Sai che noi abbiamo comprato la telecamera dopo dieci anni che eravamo in Italia e non potevamo permettercela?”. È un messaggio che rivela una forza ostinata, una speranza e una dolcezza immense quello che comunica “Una casa sulle nuvole”, ed è di questo tipo di sguardi universali che abbiamo bisogno per ridimensionare il preoccupante occidentalo-centrismo da cui sono tuttora condizionate le produzioni cinematografiche.

21/09/2021, 10:26