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SARURA - The future is an unknown place


Il documentario in uscita il 18 marzo. La troupe di “Tomorrow’s Land” (2011) torna nel sud della West Bank per documentare la vita della comunità palestinese alle porte del deserto di Negev in Cisgiordania.


SARURA - The future is an unknown place
Un'immagine di "Sarura"
Intenso, diretto, capace di far scatuire riflessione e linee di pensiero: "Sarura", il documentario di Nicola Zambelli, è una vivida rappresentazione della realtà che la comunità palestinese residente di At-Tuwani, alle porte del deserto di Negev in Cisgiordania, è costretta a vivere da quando lo Stato di Israele ha occupato il territorio.
"Sarura" è un piccolo villaggio di pastori e agricoltori. A metà degli anni novanta sono stati sfrattati dopo la costruzione delle colonie israeliane con gli avamposti di Ma’on e Avigail. Da allora, le grotte di Sarura sono rimaste vuote fino al 19 maggio 2017 data in cui i palestinesi, con l’aiuto di attivisti internazionali, hanno deciso di iniziare la lotta pacifica per riconquistare il villaggio.
“Sarura - The future is an unknown place” è il compimento di un lavoro iniziato più di 10 anni fa. La troupe, infatti, torna nel sud della West Bank dopo aver

Realizzato nel 2011 “Tomorrow’s Land” - documentario interamente autoprodotto e vincitore di numerosi premi, ha partecipato tra gli altri ai David di Donatello e Al Jazeera Film Festival - a quel tempo le colonie israeliane erano in costruzione e la troupe era impegnata a raccogliere le testimonianze dei bambini palestinesi che vivevano in quelle zone. Bambini ora cresciuti e diventati attivisti, membri di “Youth of Sumud” (“La gioventù della perseveranza”), un collettivo di giovani palestinesi che opera nel villaggio di Sarura e si preoccupa di far conoscere al mondo cosa accade in quei territori, condividendo sui social gli scontri con le forze di occupazione israeliane. “Noi di “Youth of Sumud” abbiamo avuto l’idea di iniziare a proteggere il territorio, ristrutturando le grotte, ricostruendo i muri, piantando gli ulivi. - afferma Adeeb, nato e cresciuto ad At-Tuwani e membro di YOS - Da quando abbiamo iniziato, le forze di occupazione, i soldati, la polizia e i coloni fanno incursioni di notte e di giorno. Ci picchiano e ci arrestano.”

Secondo il documentario, l’obiettivo dello stato di Israele in quel territorio è di conquistare tutta la zona attorno a Yatta. Se ci riuscisse, il sud della Palestina sparirebbe.
Le forze di occupazione israeliane minacciano, impongono. Lo spazio per il dialogo è pressoché inesistente, considerando anche la volontà dei coloni di comunicare solo in ebraico. “Il clima di spossamento e oppressione dello stato di Israele contro la popolazione palestinese è volutamente esasperato dal rifiuto dell’occupante di parlare la lingua dell’occupato.” come dichiara Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, Organizzazione che ha sostenuto il film.

Sempre nel documentario, ogni momento della giornata è una possibile occasione di scontro. I bambini sono costretti ad essere scortati per andare a scuola perché potrebbero essere aggrediti. I pastori e gli agricoltori vengono accompagnati nei campi dagli attivisti, a causa dei coloni che picchiano il bestiame e bruciano gli ulivi. L’esercito israeliano interviene spesso senza ragione, opera con azioni violente e arresta chiunque provi ad opporre resistenza.

La volontà di “Youth of Sumud” e della resistenza palestinese nonviolenta non è solo quella di rimanere in controllo del proprio territorio. Il tema non è il potere o la supremazia. Ma avere la possibilità di continuare a cucire il tessuto culturale della Palestina, conservare l’identità, tornare a vivere in pace per poter nutrire le radici della cultura palestinese e permettere loro di fiorire ancora. Donare alle nuove generazioni la possibilità di crescere libere di sognare. Difendere il villaggio di Sarura significa difendere i propri diritti e il proprio futuro. Ogni gesto è carico di significato, ha un valore e un peso specifico: piantare un ulivo, vuol dire piantare una speranza.

La regia è attenta, delicata. Rispetta gli eventi e la quotidianità. Non vuole condizionare la visione mettendo in pratica particolari tecniche, ma sceglie di essere una lente in cui traspare semplicemente la realtà. La scelta per le inquadrature è spesso indirizzata a una imponente profondità, con campi medi e lunghi in grado di accogliere i maestosi orizzonti di quei territori. La luce naturale immerge lo spettatore facendolo sentire vicino ai protagonisti.

18/03/2022, 09:56

Alessio Garzina