CINEMA, VIDEOGIOCHI E FUMETTI - Le connessioni fra
questi tre mondi e le influenze reciproche
La sfera fantascientifica del panorama cinematografico del secolo scorso ha esercitato la sua influenza anche sui videogiochi della stessa epoca, nonché nelle decadi seguenti. Le pellicole hanno fornito idee ai produttori di videogiochi fin dal primo momento della comparsa di questa industria, dall’inizio degli anni Settanta: ogni film di successo era un ottimo candidato per una trasposizione interattiva.
Ma già nella seconda decade del XXI secolo le cose sono cambiate, ed è il cinema che attinge a storie - e persino forme di narrazione - del settore videoludico.
Un terzo percorso creativo che non deve essere trascurato è quello che vede film e videogiochi vivere in modo sinergico, nei film in uscita che precedono alcuni videogame e che, non solo ispirano titoli omonimi, ma lasciano un’impronta chiaramente distinguibile all’interno di interi generi.
Per questo abbiamo deciso di fare questo viaggio all’interno degli annali del cinema, per approfondire queste influenze retrò e le interconnessioni fra mondo cinematografico e videoludico.
Walter Hill, nel 1979, ha diretto il film I guerrieri della notte (The Warriors), pellicola basata sull’omonimo romanzo di Sol Yurick. Nonostante l’accoglienza disomogenea da parte della critica, il film fu un successo al botteghino, divenendo successivamente un cult, pur con polemiche dovute agli scontri fra bande coincidenti tanto nella finzione quanto nella realtà. Nonostante in quell’anno non fu il solo film riguardante lotte fra gang rivali ad approdare nelle sale cinematografiche, riuscì a distinguersi fino a fare scuola anche per divertenti parodie.
La fama di questo film si è tramandata di decennio in decennio, tanto che nel 2005 la
Rockstar Games ne ha realizzato un videogioco, ambientato nei tre mesi precedenti al grande raduno delle bande rivali di New York, evento attorno al quale si impernia la trama del film, che viene poi raggiunto anche nell’ambito del gameplay. Il gioco raggiunse entrambe le console all’epoca dominanti il mercato, Xbox e Play Station e tutt’ora è disponibile per le diverse versioni susseguitesi nel tempo.
Anche le saghe Streets of Rage, Final Fight o Double Dragon costituiscono ottimi esempi di questa tipologia di narrazione e della meccanica dei picchiaduro, un genere che a tutt’oggi riscuote successo nel settore. Streets of Rage, ad esempio,
è giunto al suo quarto capitolo nel 2020, dopo più di dieci anni dall’ultimo della saga, approdando, nell’arco di due anni, sulle principali piattaforme e sui dispositivi mobili MacOs.
Sviluppatori come Capcom hanno seguito immediatamente l’influsso del genere e ne hanno tratto pacchetti di enorme successo, come il celebre Street Fighter, partito con il titolo arcade del 1987 fino a tutta la serie successiva da esso derivata.
Un gioco che riproduce i combattimenti uno contro uno, in cui ogni stage è rappresentato da un combattente con diverse e particolari caratteristiche, a cui consegue una necessità di adattamento nello stile di combattimento nel corso del gioco.
Un titolo di successo, che è stato fonte di ispirazione non solo per altri videogame, ma anche per fumetti, serie animate e film. Ma non solo. Il titolo ha raggiunto anche altri settori del gaming, in particolare quello delle slot machine, come testimonia Street Fighter II – The World Warrior prodotta da Netent, che rappresenta una delle slot online del genere più popolare
introdotta da Netent su Starcasino, software house che collabora in pianta stabile con il gruppo Betsson.
Un altro esempio dei primi picchiaduro a scorrimento laterale lo si trova in Kung-Fu Master, pubblicato da Irem nel 1984, il cui nome originale in giapponese fu Spartan X, in omaggio all’omonimo film di Jackie Chan, nonostante le somiglianze con il film si limitino a un paio di personaggi. La forte influenza in Kung-Fu Master proveniva, in realtà, da Game of Death, girato e interpretato da Bruce Lee ma rimasto incompiuto a causa della morte del regista nel 1973 dopo soli 36 minuti e 40 secondi di riprese.
Possiamo comunque dire che, nel cinema, questa formula ha raggiunto enorme raffinatezza proprio grazie all’influenza asiatica.
Scorrendo un po’ avanti negli anni, troviamo il coreano Oldboy (2003), pilastro centrale della Trilogia della vendetta di Park Chan-wook e definito da Quentin Tarantino come “il film che avrei voluto fare io”, pellicola che riproduce ciò che potremmo definire il picchiaduro di strada nella forma più autentica. Che si concretizza nell’impressionante piano sequenza nel corridoio, nel più puro movimento destra-sinistra caratteristico del genere, quando il protagonista affronta un nutrito gruppo di criminali, in uno dei
long shot divenuti iconici nella storia del cinema.
Citiamo Oldboy nello specifico in quanto basato sul manga precedente di qualche anno (1996-1998) ideato da Nobuaki Minegishi, che chiude così il circolo d’influenza fra fumetti, cinema e videogioco. E, nel caso di questa pellicola in particolare, come assimila il linguaggio di un tipo di videogioco a sua volta ispirato a un film, quello di Walter Hill.
21/03/2023, 08:25