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BIF&ST 14 - Volker Schlondorff: Il futuro dell’Africa e'
nelle donne e in una vitalita' che manca a noi europei


BIF&ST 14 - Volker Schlondorff: Il futuro dell’Africa e' nelle donne e in una vitalita' che manca a noi europei
«Tre anni fa ho conosciuto a Berlino Tony Rinaudo, un agronomo australiano che ha vissuto per 17 anni in Niger e che mi ha parlato del suo metodo chiamato Farmer Managed Natural Regeneration che consiste nella possibilità di riforestare i territori del Sahel senza piantare nessun albero. Colpito dalla semplicità del suo metodo gli ho parlato della possibilità di diffonderlo attraverso un film e lui ha accettato subito di collaborare. Sei settimane dopo sono partito con una telecamera e ci siamo ritrovati nel Mali da dove ci siamo spostati nei vari Paesi che costituiscono il Sahel nell'Africa Subsahariana, trovando in ogni paese un operatore e un tecnico del suono con i quali ho realizzato il film».

È iniziato così l'incontro mattutino con il regista Premio Oscar Volker Schlöndorff, Presidente del Bif&st 2023, per l'ultimo appuntamento della rassegna "Cinema e Scienza" in un Teatro Petruzzelli gremito di spettatori, tra i quali molti studenti. È seguita quindi la proiezione di "The Forest Maker" (2021), sui cui temi sarebbero tornati Schlöndorff insieme al ricercatore del CNR Antonello Pasini, intervistati da Enrico Magrelli.

«Una storia molto interessante quella del film - ha iniziato Pasini - che ci racconta un'esperienza che dimostra cosa si possa fare in Africa per contrastare la desertificazione. Si è abituati a pensare all'Africa come al continente del deserto ma nel film vediamo che ci sono molti luoghi dove piove ancora e dove quindi si possono recuperare i terreni con la riforestazione. Da climatologo aggiungo che questa non serve solo per produrre cibo ma, con il progetto CO2 di cui anche si parla nel film, a contrastare i cambiamenti climatici».

Per Volker Schlöndorff la realizzazione di "The Forest Maker", come racconta all'inizio del film, è stata anche un'iniziazione all'Africa.

«Ero arrivato con una sensazione di pessimismo, rispetto agli annosi problemi che ben conosciamo dell'Africa e sono ripartito ottimista, dopo avere visto tanta vitalità, gioia di vivere, fiducia nel futuro. Da questo punto di vista penso che siamo noi europei ad essere messi male

Le soluzioni per l'Africa ci sono ma non sono applicate. Ai piccoli contadini locali, in generale, non interessa investire 4 o 5 anni per rendere i terreni fertili. Invece trovo che sia necessario, come sostiene Tony Rinaudo, partire dal piccolo per arrivare al grande. La mia impressione, però, è che Tony sia come un Don Chisciotte, il suo lavoro viene apprezzato ma il suo metodo è applicato in modo molto limitato. E di tempo per cambiare le cose ne resta sempre meno».

Antonello Pasini è rimasto favorevolmente impressionato dall'approccio dell'agronomo all'Africa: «Lui non ha portato tecnologia o altro ma si è calato nella realtà africana, nella cultura indigena, cercando di riscoprire quello che non c'era più».

«I problemi sono gli stessi in tutti i Paesi che abbiamo attraversato», ha osservato Schlöndorff.

«Si ostinano ancora a piantare nuovi alberi ma questo non serve a niente perché dopo 6 mesi le piante si seccano. Invece Tony ha insegnato come si possano utilizzare le radici che ci sono fino a 30 metri di profondità e che sono già abituate al terreno. E quando gli alberi crescono, poi cadono le foglie, le formiche lavorano la terra, la pioggia crea humus e dopo alcuni anni ne risulta un terreno molle ricreando le condizioni per un'agricoltura all'ombra degli alberi, quella che c'era secoli fa e che è scomparsa con l'avanzamento della desertificazione. Aggiungo che gli alberi sono un'ottima protezione contro il sole e contro la violenza della pioggia che danneggia ulteriormente il terreno. Dunque, le condizioni ci sono ma ci vuole pazienza. Io da cineasta mi sono reso un po' attivista per diffondere questi concetti ma non solo presso di noi ma soprattutto in Africa.

Il progetto della Grande Muraglia Verde che si vuole creare nel Sahel entro il 2030 e di cui si parla nel film è una immagine certo suggestiva ma che si scontra contro la realtà di alberi che non crescono. Più realistico è un mosaico di terreni verdi e coltivati, anche così si può fermare l'avanzata del deserto».

«In Africa vengono investiti molti soldi dall'Onu per progetti faraonici, ma spesso questi soldi finiscono in altre direzioni. Invece ci vuole una spinta dal basso» ha aggiunto Pasini. Per poi proseguire: «Nel mio libro “Effetto serra effetto guerra” ho osservato, tra l’altro, come il cambiamento climatico sia un acceleratore di conflitti. Pensiamo al Ciad: il lago si sta gradualmente prosciugando e se un tempo c'era sufficiente acqua per soddisfare le necessità sia degli agricoltori che degli allevatori, che lavoravano in sinergia, ora essi sono in conflitto per le risorse. Fenomeni come questi favoriscono la migrazione che si vorrebbe contrastare con i muri. Ma i muri non servono, serve cooperazione. Serve capire che o si vince tutti insieme o si perde tutti insieme."

A conclusione dell’incontro e rispondendo alla domanda di uno spettatore, Volker Schlöndorff si è soffermato brevemente anche sul tema del problema demografico che pure viene affrontato nel film, evidenziando come più si fanno figli più diminuiscono le risorse. «Quello della natalità è un tabu in quasi tutti i paesi africani – ha osservato – si fanno tanti figli pensando che rappresentino una sicurezza per il futuro ma ovviamente non è così. La soluzione per ridurre la crescita demografica è, secondo me, nell'istruzione: una donna istruita, ad esempio, può ragionare e fare le proprie scelte con consapevolezza. Con le donne e i giovani si possono cambiare davvero le cose in Africa».

01/04/2023, 16:37