!Xš‚‰

DAMIANA LEONE - Un documentario per ricordare le Marocchinate


Intervista alla regista de “Le Marocchinate del 44” su uno dei più grandi stupri di guerra perpetrati nel Basso Lazio dall’esercito coloniale francese ai danni della popolazione civile.


DAMIANA LEONE - Un documentario per ricordare le Marocchinate
Damiana Leone
Negli occhi del pubblico rimane impressa la disperazione di Sophia Loren ne “La Ciociara” di Vittorio De Sica dopo che il suo personaggio Cesira e sua figlia Rosetta vengono violentate da un gruppo di soldati nordafricani dell’esercito francese nel 1944. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, però non parla esattamente delle Marocchinate, tra i crimini della Seconda Guerra Mondiale più brutali ma anche tra quelli più “emarginati” dalla memoria collettiva. Se ne occupa invece attivamente da anni la regista Damiana Leone che dopo uno spettacolo teatrale ha scritto e diretto il documentario "Le Marocchinate del 44", presentato a Roma alla Casa Internazionale delle Donne, prodotto da Mariella Li Sacchi e Amedeo Letizia.

Nel maggio del ’44, nelle fasi finali dello sfondamento della Linea Gustav da parte degli alleati, nel Basso Lazio ci furono enormi episodi di violenza da parte dell’esercito coloniale francese ai danni della popolazione civile. In un territorio già devastato dai bombardamenti e dagli scontri tra gli eserciti, avvenne uno dei più grandi stupri di massa della storia recente. Ma la tragedia non si limitò allo stupro, perché le Marocchinate, così vennero chiamate all’epoca le donne che erano state violentate, spesso dovettero affrontare anche malattie, gravidanze, pregiudizi, emarginazione e silenzio. Una visione quasi insostenibile quella del documentario di Damiana Leone, anche voce narrante, per la crudezza dei racconti delle testimoni di quel periodo tragico, dalla nonna della stessa regista che ricorda il tentativo di stupro da lei subito, a quelli di altre nonne, come quella del montatore Giuseppe Treppiedi e della direttrice della fotografia Gioia Onorati, dando così vita a un racconto corale sulla “guerra interiore” vissuta da donne dimenticate dalla grande Storia. “Una scheggia dell’orrore del colonialismo arrivata in Italia per volontà dell’esercito francese”, ci ha spiegato la regista, “tutt’ora non riconosciuta come stupro di guerra e quindi come crimine contro l’umanità”.

Immagino non sia stato un lavoro semplice per una donna studiare e affrontare questi argomenti…

“Io lavoro su le Marocchinate dal 2009, come si vede all'inizio del film tutto è iniziato dallo spettacolo che ho scritto e interpretato, il primo in assoluto fatto su questo argomento, molto concentrato su le testimonianze della mia famiglia, quindi molto simbolico, un teatro antropologico e tra l'altro questo spettacolo continua ad andare in giro, è stato anche a New York. Credo che la cosa che mi ha molto preparata è che in realtà le Marocchinate già le conoscevo da piccola e per me non è stato così complesso a livello emotivo perché mi hanno sempre accompagnato. Quindi paradossalmente la cosa più difficile è stata affrontare il mondo esterno per raccontare questa storia”.

Infatti si parla giustamente di tanti crimini di guerra ma quello delle Marocchinate è sempre stato un argomento “marginale”, secondo te perché?

“Per diversi motivi, per una questione politica, a sinistra fa paura per il fatto che lo stupratore sia mediorientale, una sinistra secondo me demagogica, e a destra viene visto in una chiave estremamente razzista, Tommaso Baris nel documentario parla di “razzializzazione dello stupratore”. E poi ci sono degli enormi tabù sessuali, se non li avessimo non avremmo problemi a parlare di stupri di guerra, il sesso è scabroso e la sessualità applicata alla violenza lo è ancora di più. E poi si parla sempre di quello che viene considerato il vero protagonista, lo stupratore, e non della donna, della vittima, per questo ho voluto girare questo film”.

Le Marocchinate erano approvate dall’esercito francese…

“I tre grandi stupri della Seconda Guerra Mondiale sono le Marocchinate perpetrate dall'esercito coloniale francese, le violenze dell'esercito sovietico nei confronti delle donne tedesche, e poi c’erano le donne di Conforto ovvero le donne coreane diventate schiave sessuali dell’esercito giapponese. La modalità dello stupro di guerra era stata proprio canonizzata in colonia, questa è la cosa agghiacciante, l’esercito europeo sapeva benissimo quali potevano essere le conseguenze utilizzando quelle truppe e non si è fatto nessun problema. Esseri umani utilizzati come armi. In Medio Oriente, ad esempio, è ancora approvato lo stupro come arma, tanto che l’Isis ha fatto addirittura le schiave sessuali. Solo nel 2004 i reduci del Cef (Corpo spedizione francese in Italia) sono venuti a Cassino e hanno fatto le scuse ufficiali per gli stupri, una bella forma di giustizia riparativa, la Francia invece non ha mai chiesto scusa.”

Intervistando le testimoni che sensazioni hai avuto?

“Ho avuto sempre la percezione di un enorme dolore e di un trauma che non è risolto. La psichiatra Gioia Marzi nel documentario parla di quello che viene chiamato il trauma transgenerazionale che arriva fino alla terza generazione, questo sconvolge sempre tutti gli spettatori del documentario. Colpire la donna significa colpire tutta la comunità fino alla terza generazione, Eschilo aveva ragione parlando della trasmissione del dramma”.

Il 14 ottobre 1951 dopo anni di silenzio centinaia di donne provenienti dalle campagne del Basso Lazio si riuniscono per dichiarare di essere state stuprate nel maggio del ‘44 rivendicano la pensione di guerra. Maria Maddalena Rossi, partigiana, che faceva parte dell’UDI, Unione donne italiane, porterà la loro istanza in Parlamento e per la prima volta si parlerà di stupro di guerra, ma la questione cadrà presto nel dimenticatoio…

“Se fosse andata avanti la storia della trattazione giuridica dello stupro in Italia e in Europa sarebbe stata completamente diversa. Se pensiamo che nell'81 è stato abolito il diritto d'onore, e che solo nel ‘96 lo stupro diventa un crimine contro la persona e non più contro la morale, il riconoscimento delle Marocchinate avrebbe accelerato questi provvedimenti e anche l'emancipazione femminile perché avrebbe portato la questione di genere in primo piano”.

Che percorso farà il documentario?

“Adesso ci sono le presentazioni nei luoghi simbolo delle Marocchinate, il 17 maggio per esempio sarò a Esperia, mi hanno chiamata anche in Sicilia perché ci sono stati dei casi anche lì dopo lo sbarco degli Alleati e lo porterò anche nelle università e nelle scuole dove già ho avuto un riscontro positivo da parte degli studenti”.

Prossimi progetti?

“Sto lavorando su un altro film documentario sugli stupri di guerra contemporanei, parleremo dei Balcani, della Siria, del Ruanda, della Siria e dell'Ucraina”.

15/05/2023, 18:22

Caterina Sabato