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"Rasputin - La Verità supera la Leggenda": le ultime ore
di vita dell'enigmatico Grigorij Efimovic Rasputin


Il film di Louis Nero ricorda, per atmosfere, scenografie e movimenti il teatro borghese d'avanguardia degli anni 80; dai quadri scenici di Giancarlo Nanni all'eleganza dei neri di Giorgio Marini.


C'è chi lo ha descritto come un santo, chi dice fosse un demone e chi addirittura lo ha definito un immortale. Non è facile tratteggiare la figura di Grigorij Efimovič Rasputin, mistico dalle origine contadine e personaggio cruciale nella vita politica della dinastia Romanov, nella Russia di inizio XX secolo. A portare sul grande schermo le ultime ore di vita dell'enigmatico personaggio, e il complotto di cui fu vittima, capeggiato dal principe Feliks Jusupov, è il regista Louis Nero nel suo “Rasputin – La verità supera la leggenda”, in sala dall'8 aprile 2011 in venti copie.

Co-prodotto dall'attore Franco Nero, che ne è anche voce narrante, il film è anticonvenzionale al pari del suo protagonista. Sempre in bilico tra la finzione e la video-arte, per messa in scena e recitazione il regista sembra essersi rifatto a certo teatro d'avanguardia e al cinema pittorico di Peter Greenaway, tentando di costruire dei movimentati tableu vivant, più che delle vere e proprie sequenze. La scelta di dar vita a dei dipinti cinematografici, se si può dire riuscita per l'illuminazione che gioca sui chiaroscuri, alimentando la sensazione di claustrofobia di certi interni, risulta insufficiente nell'eccessiva cura nei dettagli e così tutto appare fin troppo preciso, pulito, ordinato e, di conseguenza, poco reale.

Un altro elemento che non convince è la scarsa sincronia tra voci e volti: la selezione in entrambi i casi è buona, con Francesco Cabras sovrapponibile alla vera effige del monaco Rasputin e la calda voce di Francesco Pannofino che ne sottolinea il forte carattere, ma il doppiaggio realizzato sulla recitazione in italiano li rende come sconnessi fra loro. Per una serie di scelte autoriali, dalle ripetute sovrapposizioni di immagini e divisioni del quadro ai continui spostamenti temporali, il film non potrà certo ambire al più tradizionale pubblico da sala, ma per gli amanti del cinema sperimentale, convinti come Greenaway che “il cinema è troppo importante per lasciarlo fare ai narratori di storie”, potrà essere una piacevole scoperta.

07/04/2011, 17:49

Antonio Capellupo