Napoli Film Festival
I Viaggi di Robi

Note di regia di "Selfie"


Note di regia di
Dopo LOrchestra di Piazza Vittorio e Le cose belle, avevo giurato di non realizzare pi documentari. Avevo sofferto troppo entrando nelle vite delle persone coinvolte: non so fare documentari diversamente, ho bisogno di immergermi a fondo nella realt che voglio raccontare, fino a diventarne parte. Non so realizzare documentari dosservazione, raccontare in maniera neutra. No: io sprofondo nella realt di cui mi innamoro e non voglio pi raccontarla, voglio modificarla, ripararla. Ma poi venni a conoscenza della storia di Davide. Se ne era parlato molto tra giornali e talk show e mi aveva colpito la facilit con cui un ragazzino colpevole solo di avere let sbagliata nel momento e nel posto sbagliati, per molti era diventato il colpevole e non la vittima: a poche ore dalla notizia il tritacarne del pregiudizio sociale aveva gi sentenziato che si trattava di un potenziale delinquente e che quindi, in fondo, era solo uno in meno. Gianni Bifolco, il pap di Davide, mi aveva dato appuntamento al Bar Cocco. Gli raccontavo che non volevo realizzare uninchiesta sulla dinamica dellaccaduto, anche volendo non ne sarei stato capace, volevo piuttosto provare a raccontare il contesto nel quale quella tragedia assurda si era consumata. Per questo mi sarebbe piaciuto incontrare ragazzi del rione che avevano la stessa et di Davide quando era stato ucciso. Era capitato a lui, ma poteva succedere a loro. Volevo che, partendo dalla sua storia, raccontassero se stessi e il proprio universo. Mentre riferivo il mio progetto ci venne incontro linserviente del bar, un ragazzino con la faccia magra da adolescente che andava di fretta perch doveva prepararsi per la festa della Madonna dellArco. Gli chiesi se gli andava di filmare la cerimonia con il mio smartphone, pregandolo di tenersi sempre nellinquadratura. Lui accett e mi colp perch durante la processione si commosse ma non smise di filmare se stesso tra le lacrime, con la statua della Madonna alle sue spalle. Il giorno dopo si present da me, sempre al bar Cocco, un ragazzo paffutello e con i baffi, che si definiva il migliore amico di Alessandro. Sembrava molto pi grande ma giurava di avere anche lui 16 anni.. Chiesi ad entrambi di farsi un provino col mio iPhone in una scuola appena ristrutturata e gi in abbandono. Avevo convocato anche altri ragazzi con loro, ai provini, perlopi amici intimi Davide, oltre ad alcune ragazzine e qualche bambino. Ma era gi chiaro: i protagonisti del film sarebbero stati loro due, Alessandro e Pietro. Ho consegnato loro due cellulari, affinch, attraverso lespediente del selfie responsabilizzato, si annullasse ogni filtro tra loro e il regista (il primo spettatore del film) e i due, privati dellansia della prestazione indotta da una telecamera usata da un operatore, si potessero concentrare di pi su quello che dicono e fanno. Ma non avevo intenzione di subappaltare, anche solo in parte, la regia del film, non cercavo un documentario partecipato: ho solo chiesto ai miei protagonisti di essere al tempo stesso anche cameraman, col compito di auto-inquadrarsi, da me guidati, guardandosi sempre nel display del cellulare come se fosse uno specchio: in cui rispecchiare s stessi e il mondo alle loro spalle, cos che quello specchio potesse diventare lo schermo cinematografico per vedere (farci vedere) Alessandro e Pietro che osservano se stessi e il proprio contesto sociale e umano, la loro vita: i quartieri popolari di Napoli sono stati raccontati in lungo e in largo. Anchio nel mio piccolo lho fatto, cercando le cose belle nascoste tra le rovine dovute frutto del disinteresse delle istituzioni, i fiori che resistono, nonostante tutto. La mia nuova ossessione era raccontare gli sguardi di questi ragazzi, concentrandomi non su quello che vedono, che oramai tutti conosciamo, ma sui loro occhi che guardano.

Agostino Ferrente