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Note di regia di "Appunti di un Venditore di Donne"


Note di regia di
È stata un’opportunità e un onore poter adattare Appunti di un venditore di Donne dall’omonimo romanzo di Giorgio Faletti. Il libro costruiva una trama molto intricata, un congegno narrativo sofisticato dalla struttura, già di per sé, molto cinematografica. Il compito che mi sono assunto è stato quello di interpretare le atmosfere, attraverso una chiave che tenesse conto dell’immaginario a cui l’opera fa chiaramente riferimento, ovvero tutta la cinematografia degli anni ‘70, in cui Milano era una grande protagonista. 
Con questo spirito, ho cercato di calarmi nei panni degli autori di quel decennio, chiedendomi come avrebbero raccontato questa storia, avendo però a disposizione le tecniche attuali. 

Dal punto di vista del linguaggio filmico non è, quindi, una “via di mezzo” tra lo stile tipico di quegli anni e il moderno. Ho voluto evitare anche la riproposizione “vintage”, puntando invece alla reinterpretazione delle ambientazioni del passato, attraverso uno sguardo più moderno. 

Il mio obbiettivo era quello di portare il mio narratore “indietro nel tempo”. In questa operazione, la sfida più grande erano gli ambienti. Perché, purtroppo, Milano è cambiata moltissimo da quegli anni ma io, testardamente, ho deciso che era necessario muovere le camere senza porci limiti fisici, tipici di chi si accinge a ricostruire visivamente un racconto “d’epoca”. Ho incoraggiato tutti ad operare come se ci trovassimo a girare davvero, fisicamente, nel 1979; consapevole che questa modalità avrebbe comportato un grande lavoro di post-produzione, per la ricostruzione dei fondi di una ormai modernissima Città.

L’auspicio è che anche lo spettatore possa vivere questa sensazione di spostamento temporale e possa reimmergersi in quel clima di fine anni 70. 

All’interno di questa ricostruzione storica si muovono numerosi personaggi e un protagonista, che già dalle pagine del romanzo di Faletti, risultava enigmatico e misteriosamente complicato. 
Un protagonista al quale si aggancia saldamente il punto di vista del racconto e che, benché la storia ci offra, almeno in partenza, molte poche informazioni sul suo passato, doveva necessariamente ottenere la fiducia dello spettatore. 

In questo senso, con Mario Sgueglia e con il resto del poderoso cast che ho avuto a disposizione, abbiamo lavorato alla ricerca di una sensazione di “verità” all’interno di una messa in scena che diventa, come le ambientazioni, stilizzata solo a tratti, solo in alcuni momenti più narrativi e cinematografici. Nel tentativo di creare una dinamica organica, tra plausibile e sospensione dell’incredulità. Alla ricerca di quella sorta di “realismo-epico” che mi appassiona da sempre.  

Fabio Resinaro