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BERLINALE 64 - FELICE CHI È DIVERSO


Gianni Amelio presenta il suo doc sull'omosessualità in Italia. Un viaggio storico sulle condizioni di chi era diverso di fronte a un paese sempre contrastato


BERLINALE 64 - FELICE CHI È DIVERSO
Gianni Amelio a Berlino con il doc "Felice chi è diverso"
Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune. Questa poesia di Sandro Penna potrebbe essere la massima che assicura ai protagonisti del documentario di Gianni Amelio il giusto posto nel mondo e la tranquillità dello spirito. "

"Felice chi è diverso", appunto, presentato nella sezione panorama Documento alla 64esima edizione del Festival di Berlino, è un viaggio nel mondo omosessuale ai tempi in cui bisognava nascondersi, obbligarsi a una finta vita. “Sin quando è arrivata la parola gay e come quando il neon illumina tutto, è finita la diversità”, dichiara il regista.

Amelio racconta di aver girato il film in quarantotto ore. Grazie all’aiuto di amici ha incontrato persone disponibili a raccontarsi, uomini tra i 75 e i 95 che quando erano giovani, sotto il fascismo e nel secondo dopoguerra, hanno vissuto sulla propria pelle il peso di essere un diverso. Tempi in cui l'omosessualità era vista come una vergogna, come una deviazione mentale, un fenomeno da baraccone. Gli italiani sono troppo virili per essere omosessuali, la parola d'ordine del regime, un tipico vizio da inglesi e da tedeschi. “Ed anche oggi l’omofobia è ancora imperante, capita ancora che ragazzi si uccidano perché froci o ritenuti tali, e quindi scherniti, isolati, picchiati, e c’è persino chi confonde l’omosessualità con la pedofilia”, aggiunge il regista.

Dalla clandestinità al cinema, sullo schermo scorrono i volti e le testimonianze originali di una coppia di eleganti settantenni che stanno insieme felicemente da 40 anni e ognuno di loro mostra la foto dell’altro quando era giovane e bello, di chi si è sposato con una donna, una lesbica trovata attraverso un annuncio, per avere i vantaggi del matrimonio. Ma anche di chi non voleva sentimenti, cui piacevano "gli incontri alla cosacca”, dell’artista che ha fatto della propria diversità un’arma vincente, e della propria solitudine un punto di forza, di tanti uomini ripudiati in maniera spesso crudele dalla famiglia, ed infine di chi è impazzito perché non è riuscito ad accettarsi.

Immagini di repertorio testimoniano la campagna denigratoria portata avanti dalla stampa dell’epoca, dai varietà e persino da qualche film. Come ne "Il sorpasso" di Dino Risi, dove Vittorio Gassman spiegava all’ingenuo Trintignant che il suo gentile fattore lo chiamavano Occhiofino per non dire Finocchio. Mentre il cantautore Umberto Bindi a causa di un grosso anello fu giudicato un invertito, il matrimonio del Ministro Sullo, democristiano, fu titolato sui giornali “Lo scapolo convertito”. La vittima più illustre dell’informazione sessuofobica fu Pier Paolo Pasolini, “Il vate capovolto”, Il cantore del sordido, del maleodorante, come lo chiamava la stampa di destra.

Un documentario che Amelio dichiara che non avrebbe voluto realizzare, forse un po’ retorico, che lascia fuori l’aspetto più drammatico del fenomeno, quando sotto il fascismo una vasta opera di repressione e segregazione, svolta nel massimo silenzio, mandò centinaia di persone al confino, perché omosessuali. Confinati e ammoniti molti di loro cercavano di occultare e far dimenticare lo scandalo che li aveva travolti. Ma questa è un’altra storia….

11/02/2014, 16:28

Monica Straniero