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Note di regia di "Io ci sono"


Note di regia di
Nessuno può essere rimasto indifferente alla vicenda di Lucia Annibali, l’avvocato di Pesaro, sfregiata con l’acido dal collega Luca Varani con cui aveva una tempestosa e tormentata storia d’amore. La caratteristica che la rende particolare, ed esemplare, è il coraggio con cui la vittima si è mostrata, col suo volto deturpato, facendo di se stessa il testimonial più eloquente del silenzio che va spezzato: per denunciare come l’idea del possesso del corpo della donna sia per molti maschi italiani una realtà anche nel nuovo millennio. Quando pretenderemmo che la nostra civiltà abbia fatto dei giri sulle lancette della storia e il rispetto per gli elementari diritti umani sia faccenda acquisita. Non è così. E la cronaca degli infiniti femminicidi ne è la più crudele prova. Vicende che siamo soliti relegare a un lontano mondo tribale, in Bangladesh come in Pakistan, accadono nella porta accanto. E spesso l’uomo, il maschio, trova presso altri maschi incredibili giustificazioni che alludono al malinteso senso del “troppo amore”. Non c’è mai amore se si organizza la distruzione dell’altra, se si vuole cancellare il suo volto con l’acido, uno dei reati più abietti che si possano concepire. Raccontare la storia di Lucia mi sembrava un’occasione da non perdere per un cinema che si vuole civile, capace di riflettere il presente. E ringrazio soprattutto la protagonista per aver sposato con entusiasmo il progetto. Con il suo slancio altruistico, ben noto a tutti coloro che l’hanno conosciuta, Lucia spera che, se la sua vita è stata irrimediabilmente rovinata (ma non per questo compromessa, ha trovato in sé la forza straordinaria per crearsene una nuova), serva però come monito. Alle donne perché non cadano nel vortice di quelle relazioni malate che sfociano nel dramma quando non nella tragedia. Agli uomini perché si rendano conto quali sono le aberranti conseguenze di loro comportamenti. Che sono retaggio di una mentalità da sconfiggere. Una volta per tutte.

Luciano Manuzzi