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locandina di "Democrazia Sconfinata"

Democrazia Sconfinata


Regia: Danilo Licciardello
Anno di produzione: 2010
Durata: 55'
Tipologia: documentario
Genere: sociale/storico
Paese: Italia
Distributore: n.d.
Data di uscita:
Formato di ripresa: HD
Titolo originale: Democrazia Sconfinata

Recensioni di :
- Tre storie di operai al confino: "Democrazia sconfinata" premiato al Valsusa Filmfest

Sinossi: Attraverso le testimonianze di lavoratori o ex, gli autori provano a raccontare una fetta di lavoro italiano, quello alla catena di montaggio, da sempre violato nei suoi diritti basilari. Per capire, partendo dallattualit, cosa producono le lunghe fasi in cui la dinamica democratica nella grande fabbrica sospesa. Tre generazioni di lavoratori a confronto, dai reparti confino dellindustria italiana. Sono operai, nelle Officine Sussidiarie Ricambi Fiat di Torino e nel polo tecnologico di Nola, distaccamento della Fiat di Pomigliano dArco (Napoli). E dirigenti, nella palazzina LAF dellIlva di Taranto.
I reparti confino sono luoghi di sospensione dei diritti del lavoro. Le imprese vi destinano lavoratori insubordinati o iscritti al sindacato o a ridotta capacit lavorativa. Tutti costretti allozio forzato, al non lavoro. una storia che si ripete in Italia: al nord (Torino, 1952) e al sud (Taranto, 1997) risiedono il passato remoto e prossimo di questa tradizione. A Nola (fine 2008) lattualit, motore del documentario. Nola infatti tiene in vita la tradizione che nel Bel paese ha 60 anni. Sullassenza di democrazia nella grande fabbrica, premono i mali che essa produce: linquinamento del lavoro (assenza di sicurezza, infortuni, morti e malati professionali) e dellambiente.
La Fiat e lIlva sono realt industriali diverse (la prima produce auto, la seconda acciaio e derivati, che fornisce anche alla Fiat), ma con elementi in comune: sono sul mercato mondiale e tengono, nonostante la crisi, e per rispondervi si sono regolate allo stesso modo: cassa integrazione a go-go e licenziamenti. Ancora per occupano migliaia di lavoratori.
In queste realt produttive il modello fordista prevalente. saltata la dialettica democratica tra azienda e lavoratori, e i luoghi di lavoro sono insicuri e insalubri. Entrambe legano la loro storia italiana allistituzione di reparti confino.
La tradizione dei reparti confino in Fiat non giovane. Era il 15 dicembre 1952 quando lazienda mand l'elettricista Pietro Baldini, dipendente Mirafiori, a sistemare il piccolo stabilimento in Via Peschiera, a Torino, dove avrebbe aperto l'Officina Sussidiaria Ricambi. Ma ai 130 lavoratori trasferiti, tutti attivisti politici e sindacali, fu subito chiaro che la Fiat non avesse intenzione di attrezzarla per renderla produttiva. Nel dicembre 1957 i lavoratori furono licenziati e l'officina venne chiusa. La resistenza degli operai delle OSR, perci ribattezzate Officine Stella Rossa, aveva reso evidente il carattere discriminatorio dei licenziamenti (decisi da Giovanni Agnelli e Vittorio Valletta, da poco ricollocati dal governo a dirigere la Fiat, dopo esser stati esautorati dal CLN per aver collaborato coi nazifascisti).
A Torino gli autori hanno incontrato anche Otello Pacifico, uno degli operai pi combattivi delle OSR. Agli altri lavoratori confinati presta la voce Fabrizio Gifuni (che legge anche un adattamento de La nostalgia e la memoria, di Sante Notarnicola,). Le loro testimonianze sono tratte dal libro Fiat confino (edizioni Avanti!, 1959), di Aris Accornero.
Poi viene fatto un salto in avanti di 57 anni. Restando in Fiat, da Torino arriviamo a Nola. il 7 dicembre 2008 quando Sergio Marchionne, amministratore delegato Fiat, gioca a Pomigliano dArco la carta della qualit produttiva. Ladozione del World Class Manufacturing (WCM), sistema giapponese che velocizza e automatizza il lavoro in catena, una novit nel panorama industriale italiano (in Fiat per ha degli antenati: Tmc, Tmc2 eccetera). Marchionne sostiene che con ladozione del WCM l'impianto polacco di Tychy ha raggiunto livelli produttivi superiori a quelli giapponesi. E che il Lingotto gi sispira al modello Toyota: just in time ma col massimo coinvolgimento dei lavoratori.
Un anno dopo, nel 2009, la tempistica alla Fiat di Pomigliano dArco modellata ai canoni del WCM, ma i lavoratori non sono stati formati alle novit: i corsi di riqualificazione su cui lazienda si era impegnata a investire 700.000 euro dei fondi per la ristrutturazione del sito campano, si sono risolti in videointerviste che i lavoratori hanno dovuto rilasciare a unequipe medica incaricata di tracciarne il profilo psichiatrico. Sulla base di quei test, la Fiat ha disposto il trasferimento di oltre 300 di loro dallo stabilimento di Pomigliano dArco al polo tecnologico di Nola. Sono operai vicini al sindacato o a ridotta capacit lavorativa. In quellarea, a 20 km dallo stabilimento, caricano e scaricano componenti per auto. Attivit che potrebbero svolgere nello stabilimento di Pomigliano, dotato degli spazi necessari, e a cui non dedicano pi di due ore al giorno. Lintroduzione del WCM ha portato centinaia di provvedimenti disciplinari, lettere di richiamo e licenziamenti. Mesi fa il malcontento diffuso tra i lavoratori sfociato in tensioni con la polizia.
I fatti di Nola ricordano quelli avvenuti a Taranto nel 1997, a due anni dalla privatizzazione dellItalsider (oggi Ilva). Negli anni settanta le acciaierie di Stato impiegavano oltre 25mila lavoratori. Nel 1995 sono passate al gruppo Riva, che ne ha fatto il cuore del proprio impero. Oggi lIlva tra i pi grandi centri siderurgici dEuropa. Impiega 13.500 dipendenti, ai quali vanno aggiunti i 4000 dellindotto. Con la privatizzazione dello stabilimento sono arrivati i prepensionamenti di massa, la cassa integrazione intensiva e le assunzioni a termine. E listituzione, nellarea interna alla fabbrica, della palazzina LAF (acronimo di Laminatoio a freddo). Un non luogo in realt ambienti spogli e malsani, isolati dallesterno in cui la propriet ha confinato 79 lavoratori, perch troppo qualificati, perch iscritti al sindacato, perch invalidi. Tenuti in ozio in attesa di una riqualificazione che non c stata, e che avrebbe garantito loro il rientro nel ciclo produttivo. I lavoratori trasferiti nella Laf si erano rifiutati di firmare la novazione aziendale, che li avrebbe retrocessi dallo status di dirigenti a quello di operai. La vicenda ha trovato definizione nelle aule di tribunale. Confermando le sentenze di primo grado e dappello, la Cassazione ha condannato per violenza privata consumata e tentata Emilio Riva, proprietario dellIlva, e dieci dirigenti dello stabilimento tarantino. Riconoscendo il risarcimento danni (biologici e morali) alle parti civili: i lavoratori e la Uil. Parliamo con i confinati Laf, e con chi, a vario titolo, si occupato di loro. Ad esempio con Francesco Sebastio, procuratore capo di Taranto, che allepoca istru il processo.

Ambientazione: Torino / Taranto

Note:
Tra gli intervistati Bianca Guidetti Serra, Aris Accornero, Gian Giacomo Migone, Gabriele Polo, Roberto Nistri, Marisa Lieti, Francesco Sebastio, Francesca Caliolo, Raffaele Guariniello.
Le immagini di repertorio sono state gentilmente concesse dall'Archivio Storico della Resistenza di Torino, dal Centro Studi Piero Calamandrei, dallAssociazione culturale Antonello Branca di Roma, dallIstituto Storico della Resistenza Fornara di Novara, dallArchivio storico della Cgil, dallEdiesse e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio.


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