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BIF&ST 13 - Il bene del bambino, la lotta di una madre


Il nuovo lavoro di Franco Angeli, nato dalla collaborazione con Livia Bonifazi, anche protagonista del film, racconta la realtà drammatica dell’affidamento dei bambini in Germania nelle famiglie binazionali. Una produzione Panamafilm.


BIF&ST 13 - Il bene del bambino, la lotta di una madre
Livia Bonifazi in "Kindeswohl – Il bene del bambino"
Un film inchiesta nato dall’omonimo spettacolo teatrale del 2013 di Franco Angeli e Livia Bonifazi, "Kindeswohl – Il bene del bambino", che accende i riflettori su una realtà poco conosciuta e impressionante che vede in Germania le decisioni delle famiglie condizionate da un organismo, lo Jugendamt, che ha il ruolo di vero e proprio terzo genitore di Stato dei minori residenti in Germania. Molto diverso dai servizi sociali italiani, non ha omologhi in altri paesi europei, tranne in Austria. Nel caso delle famiglie binazionali lo Jugendamt tende a escludere, in caso di separazione dei coniugi, il genitore straniero dalla vita dei figli, agevolando quello tedesco attraverso omissioni, comportamenti ambigui, discriminazioni, procedimenti civili e penali, pressioni psicologiche sui minori, mandati di cattura internazionali, “giocando” sull’incompatibilità delle leggi riguardanti i diritti di famiglia degli stati dell’Unione Europea. Tantissime sono le cause pendenti presso la Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

"Kindeswohl" racconta in particolare la vicenda di Marinella Colombo, interpretata da Livia Bonifazi, che dal 2008 fino al 2020, quando cioè i suoi figli sono diventati maggiorenni e hanno scelto di tornare in Italia dalla madre, ha vissuto un incubo ad occhi aperti dopo essersi separata dal marito tedesco, arrivando a scontrarsi con il potere dello Jugendamt, vedendosi strappare via i suoi figli e venendo anche condannata a scontare un anno e otto mesi agli arresti domiciliari per sottrazione internazionale di minore.

Il film di Franco Angeli si svolge tutto in un’asfissiante stanza del carcere di San Vittore a Milano dove Marinella si trova dopo essere stata accusata di aver rapito i suoi figli. Il Procuratore è deciso a farsi rivelare dove li ha nascosti in un interrogatorio serrato e toccante durante il quale la donna ripercorre gli anni in balia del sistema tedesco, anni di paura, di dolore, senza tutele, abbandonata anche dallo Stato italiano, in lotta con tutti con l’unico obiettivo di esercitare il suo diritto sacrosanto di madre avendo i suoi figli accanto. “Che cosa si è disposti a fare per salvare i propri figli? Nessuno se lo chiede mai veramente, ma la risposta è già nella nostra testa, e lei sa qual è?”, chiede Marinella al Procuratore, “Tutto”, le risponde.

Il monologo di Marinella, interrotto ogni tanto dalle domande incalzanti e dalle osservazioni scettiche del Procuratore, rivela in maniera puntuale ogni aspetto della vicenda, che raggiunge livelli drammaticamente surreali. Il luogo claustrofobico, il racconto accorato che mostra però la tempra della donna, provata da anni di lotta ma caparbia, raccontano una vicenda, simbolo di tantissime altre, che sembra fuori dal tempo, inverosimile in un paese civile. Non a caso lo Jugendamt è stato più volte riconosciuto colpevole dalla Corte Europea di Giustizia, dal Parlamento Europeo e dalle Nazioni Unite per aver violato i diritti fondamentali dell’uomo. E allora, com’è possibile che questo accada ancora, sembra sottolineare il film, che dopo aver reso totalmente l’ingiustizia e il dolore della protagonista attraverso le sue parole in una tensione crescente, nel finale sfocia per pochi minuti nel documentario mostrando immagini reali dei processi e dei figli di Marinella che chiedevano ancora minorenni di tornare a Milano dalla madre.

28/03/2022, 17:30

Caterina Sabato