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locandina di "What You Gonna Do When the World's on Fire?"

What You Gonna Do When the World's on Fire?


Regia: Roberto Minervini
Anno di produzione: 2018
Durata: 123'
Tipologia: documentario
Genere: sociale
Paese: Italia/Francia/USA
Produzione: Okta Film, Pulpa, Shellac Sud; in collaborazione con Rai Cinema
Distributore: Cineteca di Bologna
Data di uscita: 09/05/2019
Formato di proiezione: DCP, bianco/nero
Ufficio Stampa: Gabriele Barcaro
Vendite Estere: The Match Factory
Titolo originale: What You Gonna Do When the World's on Fire?
Altri titoli: Che Fare Quando il Mondo è in Fiamme?

Recensioni di :
- VENEZIA 75 - "What You Gonna Do When the World's on Fire?"

Sinossi: Estate 2017, una serie di brutali uccisioni di giovani afroamericani per mano della polizia scuote gli Stati Uniti. Una comunità nera del Sud americano affronta gli effetti persistenti del passato cercando di sopravvivere in un paese che non è dalla parte della sua gente. Intanto le Black Panther organizzano una manifestazione di protesta contro la brutalità della polizia.

Ambientazione: USA

"What You Gonna Do When the World's on Fire?" è stato sostenuto da:
Aide Aux Cinémas Du Monde
ARRI – International Support Program
Fondo bilaterale per lo sviluppo di coproduzioni di opere cinematografiche italo-francesi
MIBACT
CNC - Centre National Du Cinema et de L’image Animee
Institut Francais
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
Fondo per l'Audivisivo del Friuli Venezia Giulia: 12.000,00 euro e 70.000,00 euro (Finanziato per lo Sviluppo - Primo Bando 2016 e Finanziato per la Distribuzione - Secondo Bando 2017)


Note:
I FATTI ACCERTATI

Baton Rouge, Louisiana, 5 luglio 2016
Alton Sterling, un nero di trentasette anni conosciuto in zona come “CD Man”, viene colpito più volte a distanza ravvicinata con un’arma da fuoco da due agenti bianchi del dipartimento di polizia di Baton Rouge che lo tengono fermo a terra. Gli agenti sono intervenuti in seguito a una segnalazione anonima secondo la quale un
venditore di CD in maglietta rossa minacciava con una pistola un senzatetto fuori da un minimarket (in seguito è stato accertato che era stato proprio il senzatetto a telefonare al 911). Il proprietario dell’esercizio davanti al quale si è svolta la sparatoria, Abdullah Muflahi, chiarirà poi come Sterling da qualche giorno andasse
in giro con una pistola, perché negli ultimi tempi altri venditori di CD erano stati
derubati. Gli agenti di polizia coinvolti nella sparatoria sono Howie Lake II e Blane Salamoni. Lake, in servizio da tre anni, aveva già al suo attivo l’uccisione di un afroamericano. Inoltre, Salamoni e Lake erano stati entrambi indagati dal loro dipartimento per uso eccessivo della forza e scagionati. L’uccisione è stata filmata da vari passanti e ha portato a una sollevazione a livello nazionale.

Falcon Heights, Minnesota, 6 luglio 2016
Mercoledì 6 luglio 2016, muore Philando Castile, freddato da un poliziotto mentre è seduto sul posto di guida della sua macchina. Insieme a lui ci sono la fidanzata, che filma tutto con il telefonino, e la figlia di quattro anni.

Dallas, Texas, 7 luglio 2016
Giovedì 7 luglio 2016, un ragazzo nero di nome Micah Xavier Johnson uccide cinque poliziotti a Dallas per vendicare l’omicidio di Castile.

Baton Rouge, Louisiana, 9 luglio 2016:
A seguito dell’uccisione di Alton Sterling per mano della polizia, centinaia di manifestanti marciano sul Campidoglio di Baton Rouge. Nonostante l’atteggiamento perlopiù pacifico dei dimostranti, che gridano “Senza giustizia niente pace!”, la polizia, in pieno assetto antisommossa e pronta ad attaccare, sottopone a brutale fermo un centinaio di persone, tra cui un attivista di punta del movimento “Black Lives Matter”.

Baton Rouge, Louisiana, 17 luglio 2016:
Gavin Eugene Long spara a sei agenti di polizia di Baton Rouge, uccidendone tre. Durante lo scontro a fuoco con la polizia accorsa sul posto, Long, affiliato a organizzazioni collegate al separatismo nero, viene ucciso da un agente delle SWAT (Special Weapons And Tactics). La polizia arresta e interroga due altri sospettati, ma viene confermato che Long è la sola persona che ha preso parte alla sparatoria.

I NUMERI
Gli afroamericani ammontano a 40 milioni (pari al 12% della popolazione USA): 10 milioni vive ben al di sotto della soglia di povertà, 4 milioni sono ufficialmente disoccupati e 1 milione marcisce in carcere. Nel 2016, la polizia ha ucciso 39 suspicious unarmed blacks, neri disarmati, freddati sulla base di un vago sospetto. Nel solo primo quadrimestre del 2018 i neri giustiziati dalla polizia sono stati 69. Ogni anno, di media, il 32% circa delle vittime delle forze dell’ordine è nero (dato reso ancor più allarmante dal fatto che, come detto in precedenza, gli afroamericani ammontano al 12% della popolazione).

IL CONTESTO RAZZIALE
Per capire perché il razzismo è ancora così vivo negli Stati Uniti di oggi, è importante ricordare che l’oppressione razziale dei neri d’America è stata un fatto istituzionalizzato e sistemico lungo tutto l’arco della storia americana. Se si guarda alla cronologia dell’oppressione razziale dei neri, si nota che circa l’80 per cento dei quattro secoli di storia americana si è retto sulla schiavitù e sulla segregazione legalizzata.
Un tratto essenziale del razzismo sistemico è che gli individui, i gruppi e le istituzioni lo hanno riprodotto socialmente per generazioni. La maggior parte della società bianca americana tende a credere che la diseguaglianza razziale rifletta differenze “reali”: i bianchi avrebbero un’etica del lavoro più alta, un’intelligenza superiore e altre doti che li rendono degni di merito. Ricerche sociologiche concordano chiaramente sul fatto che la diseguaglianza attuale tra bianchi e neri è la conseguenza diretta delle ricchezze e dei privilegi sociali (denaro, terre, proprietà immobiliari, capitale, ecc.) che i bianchi hanno ingiustamente ereditato dalle generazioni passate, le quali sfruttarono il sistema della schiavitù e la palese oppressione razziale proseguita fino alla fine degli anni Sessanta.
Le conseguenze del pregiudizio e dell’ingiustizia razziale si fanno sentire ancora oggi, a ottant’anni di distanza. Ecco alcuni dati drammaticamente significativi:
Rispetto al 1967, il divario di reddito fra bianchi e neri negli Stati Uniti è aumentato del 40 per cento.
Negli Stati Uniti di oggi, la disparità nella distribuzione della ricchezza fra bianchi e neri è maggiore di quella del Sudafrica durante l’apartheid.
Negli Stati Uniti un maschio nero ha un’aspettativa di vita più bassa di cinque anni rispetto a un maschio bianco.
La United States Sentencing Commission ha osservato che, a parità di delitto, i neri sono condannati a pene più lunghe di un quinto rispetto ai bianchi.
In Louisiana, uno studio ha dimostrato che un imputato ha il 97 per cento di probabilità in più di essere condannato alla pena capitale se uccide un bianco piuttosto che un nero.
La percentuale di popolazione nera detenuta in carcere negli Stati Uniti supera quella raggiunta in Sudafrica sotto l’apartheid. Pur essendo solo il 30 per cento della popolazione, i neri costituiscono il 60 per cento delle persone detenute.
Gli afroamericani uccisi dalla polizia, per infrazioni talvolta minori, sono in media due a settimana; secondo stime al ribasso eseguite da recenti studi, è una frequenza tre volte maggiore rispetto agli omicidi di bianchi.
Nel 2008 molti cittadini americani avevano sperato che con l’elezione di Barack Obama alla presidenza, il razzismo negli Stati Uniti tramontasse per sempre. A posteriori, sembra che il risultato sia stato esattamente l’opposto: la vittoria di
Obama ha provocato una recrudescenza del razzismo. I suoi oppositori al Congresso l’hanno apertamente insultato (che abbiano messo in dubbio l’autenticità del suo certificato di nascita è solo un esempio del razzismo brutale di cui è stato vittima il primo presidente nero degli Stati Uniti). Con il passare del tempo, le ostilità ai danni di Obama sono cresciute vertiginosamente, insieme alle dichiarazioni razziste di politici e cittadini.
Ma il razzismo in America va ben oltre le semplici parole. Le morti recenti di Eric Garner e di Michael Brown hanno messo in luce una tendenza inquietante: le violenze esplicite che le forze dell’ordine perpetrano ai danni degli afroamericani ricordano il clima della prima metà del Novecento. Questi fatti hanno spaccato l’opinione pubblica e reso necessaria una discussione nazionale sui problemi posti dalla razza. Isabel Wilkerson, premio Pulitzer, ex inviata sul territorio nazionale e reporter del “New York
Times”, scrive: Dopo questi casi, i genitori neri si trovano di nuovo nella condizione di dover salvaguardare se stessi e i propri figli dalla violenza che subiscono in proporzioni inaudite per mano delle autorità che avrebbero il compito di proteggerli. Si ritrovano a recitare di nuovo lo stesso discorso che i loro antenati facevano ai figli nel vecchio Sud: bisogna rispondere “Sissignore” e “No, signore”, e stare attenti a come ci si comporta con la casta superiore e con la polizia.
(Isabel Wilkerson, “When Will the North Face Its Racism”, in “The New
York Times”, 10 gennaio 2015)
Wilkerson crede che esista un problema nazionale e che tutto il paese debba impegnarsi a risolverlo. Dalle colonne del “New York Times” Nicholas Kristof sostiene che: La sola cosa su cui essere d’accordo è che le divisioni razziali sono più vive che mai. Quindi, prendiamo esempio dal Sudafrica e formiamo una Commissione per la Verità e la Riconciliazione che esamini la questione
della razza in America. (Nicholas Kristof, “When Whites Just Don’t Get It”, V parte, “The New York Times”, 29 November 2014)
Questi episodi sottolineano le sfide di oggi. Il razzismo è un problema scottante, non solo in America ma anche in Europa.


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